Chiesa e convento di San Francesco
Le attenzioni del Datini non si limitarono alla sola decorazione del Palazzo,
lo stretto legame con la città di Prato è, infatti, testimoniato dalle numerose
committenze artistiche, in larga parte perdute, per la Pieve di Santo Stefano,
le chiese e i conventi cittadini, come pure per la villa suburbana del
Palco.
Per la vicina chiesa di San Francesco il mercante si adoperò in modo particolare,
tanto per la sua costruzione che per il suo arredo: paramenti sacri, pianete, guanciali,
tappeti con l'arme per l'altare maggiore e per quelli laterali di proprietà della famiglia,
vetrate istoriate, candelabri, calici, paliotti, ma anche tavole dipinte, affreschi e codici
miniati. In particolare abbiamo notizia di un tabernacolo che Tommaso del Mazza affrescò
nel 1384, entro il quale venne poi sistemato un Crocifisso, il cui basamento, in foggia di
Calvario, venne realizzato in pietra serena dagli scalpellini di
Fiesole. Al completamento dell'assetto partecipò inoltre il pittore fiorentino Francesco d'Arrigo
che eseguì alcuni legnami dipinti nel corso del 1385, mentre, qualche anno più tardi, don Lionardo
di Simone realizzò l'occhio di vetro in facciata (1389). All'indomani dei lavori di decorazione
della dimora privata del mercante, Niccolò di Pietro Gerini, insieme con il collega Lorenzo di
Niccolò, venne incaricato della realizzazione di un ciclo ad affresco con storie di Cristo.
Impegno che si protrasse fino al 1395, quando è invece documentato l'arrivo a Prato, dalla
bottega fiorentina dei due pittori, di un grande Crocifisso su tavola, anch'esso sistemato
nel tempio francescano. Altri interventi, di diversa natura e complessità, vennero poi affidati
ad Arrigo di Niccolò: la decorazione con fogliame e figure a mezzo busto della trave per sostenere
l'appena citato Crocifisso; la realizzazione di due cortine di boccaccino azurro dipinte per gli
altari di famiglia (su cui vennero sistemate inoltre, nel 1404, due perdute tavole di Tano di Giovanni Fei),
fino ad interventi più articolati: come una documentata composizione di Apostoli e frati in adorazione;
il dipinto sulla controfacciata con San Francesco con le stimmate e il Datini ai suoi piedi, o le
tavole con i donatori, Francesco e Margherita, affiancati dai rispettivi santi protettori presso la
porta che conduce all'attiguo chiostro.
A testimonianza di questo legame privilegiato, resta oggi il solo
stemma sul portale laterale e il sepolcro scolpito, all'indomani della
morte del mercante, da Niccolò Lamberti. Tuttavia, il progetto per la
tomba aveva occupato la mente del Datini già dal 1407, quando si
registra l'acquisto di una grossa lapide di marmo di Carrara. Saranno,
però, gli esecutori testamentari a seguirne il compimento e il
complesso dei lavori: non si trattava infatti della sola sepoltura, ma
dell'intera risistemazione dell'area presbiteriale della chiesa su
modello di quella di Santa Croce a Firenze. Al maestro Stefano di
Niccolò da Prato fu affidato l'incarico della costruzione di un nuovo
coro ligneo a intarsi, circondato da 42 sedute doppie. Allo spazio
chiuso si accedeva attraverso una porta su cui era sistemato un
Crocifisso con lo stemma del mercante, mentre la lastra tombale si
trovava ad occupare il centro esatto di questa sorta di enorme
cappella. Tutto, attorno alla lapide, dunque, richiamava alla mente
l'importanza e la generosità del Datini, in modo che la sua anima
fosse sempre nei pensieri dei religiosi della chiesa e, quel che è più
importante, fosse oggetto di continue preghiere e messe di
suffragio.
Bibliografia:
- L. Mazzei, Lapo. Lettere di un notaro a un mercante del secolo
XIV, con altre lettere e documenti, a cura di C. Guasti, 1880
- R. Piattoli, Un mercante del Trecento e gli artisti del suo
tempo, in "Rivista d'arte", XI, 1929
- G. Nigro - I. Ballerini - D. Valentini - V. Vestri, Una lapida
di marmo bianca, 1995


